Fascinazioni: Rete, comunicazione e tecnologie sociali
martedì, maggio 30, 2006
Partecipazione 2
Nel precedente capitolo in sostanza mi chiedevo, dopo aver rilevato le qualità "superiori" che rendono Internet un mezzo altamente partecipativo, come mai l'ambiente lavorativo dove si "fa l'Internet" - in particolare nel nostro paese - non ha un'organizzazione che rispecchia questa caratteristica, di partecipazione/cooperazione vista in contrapposizione alla predeterminazione delle decisioni che calano dall'alto.
Il sospetto è che dalle nostre parti l'imprenditore, anche quando opera in un settore innovativo, vive l'esigenza edonistica di accentrare su di sé l'onore della spinta innovativa che la sua azienda crea, anziché condividerla con chi lavora quotidianamente allo sviluppo di questa attività.
Da ciò discende un'organizzazione piuttosto ingessata intorno a una/due figure al massimo, dove la partecipazione/cooperazione se da un lato è richiesta (la famosa "proattività") dall'altro è limitata a momenti predeterminati dall'alto; in altre parole, è difficile che io riesca a proporre un'innovazione che vorrei vedere introdotta, o quantomeno valutata, partendo da zero...senza input dall'alto; è più probabile che il mio contributo sia accettato solo in seguito ad un input dall'alto che mi invita a contribuire però all'interno di un frame già definito, con linee guida e direzione dell'innovazione/obiettivi non più discutibili (anche se magari ce ne sarebbe da discutere...).
A mio parere è tutto sommato fattibile, qui ed ora, il superamento dell'apparente immutabilità del modello chiuso, dove le regole del gioco (cioè...del lavoro) sono prestabilite e tali rimangono, dove non è il più bravo che emerge ma è colui che riesce a sfruttare meglio a proprio favore le regole stabilite dai "capi" e in particolare le loro debolezze.Si può fare, anzitutto riunendo quelle persone che sono grossomodo d'accordo con il modello di un'agenzie/impresa costruita come una cooperativa, e riconoscendo come 1° comandamento il seguente:
Tutti devono avere l'opportunità di sviluppare e proporre una propria idea originale o una innovazione, momento che culmina con il diritto di presentarla e condividerla con i compagni di lavoro, aprendola alla discussione e all'affinamento.
Ciò è sostanzialmente diverso (contrario) al sistema che va per la maggiore, ovvero: qualcuno ha una buona idea, questo quacuno l'abbozza un pochino e poi va dal capo a parlarne, sperando che egli la trovi buona e utile; così è tutto in mano ad un superiore, non c'è contributo collettivo alla crescita dell'idea (che pertanto rimane "depotenziata") e perciò, come sistema di gestione dell'innovazione, risulta estremamente inefficace.
Starò via per qualche giorno; da domani sera infatti sarò qui per partecipare all'annuale Msn Agency Retreat, week-end di svago-lavoro presso un agriturismo umbro (più svago che...naturalmente). Se ne vedranno delle belle ;-)
Internet è un media partecipativo? Sicuramente...ma forse non più di altri. Forse ciò che cambia rispetto ad altri ambiti non è la quantità di partecipazione possibile - ci sono spazi più vicini alla realtà materiale che sono altrettanto partecipativi (dal punto di vista "quantitativo", ovvero della compresenza tra chi fa i media e chi li fruisce), basti pensare alle macchinate di chi la domenica sera va negli studi di Controcampo come pubblico oppure alle vagonate di pulman di gente che fa chilometri per passare un pomeriggio a Buona Domenica;
Ciò che cambia online è la qualità della partecipazione; con Internet si va oltre la compresenza e forme partecipative di basso profilo, che non incidono sul prodotto di partenza; la partecipazione in questo spazio ha qualcosa in più: la produttività. Tutto si può produrre - anziché subire il prodotto di altri - in questo spazio, anche se non necessariamente poi lo si fa (e questo è l'unico vero gap online, tra chi fruisce e chi partecipa, questi ultimi però in crescita). Non è vero che Internet non ha leggi, oppure che ha altre leggi, o nuove leggi, rispetto alla realtà materiale. Nello spazio virtuale le leggi sono nomadi e servono all'autodeterminazione degli individui. Semplificando ma anche banalizzando un pò il concetto, ognuno si fa le sue leggi...ma non per vezzo o per piacere, bensì per autodeterminarsi e riconoscersi in regole fatte a propria misura. Internet non annulla ne sovrascrive alcuna legge, semplicemente le accoglie tutte, ne permette di nuove, permette nuovi spazi e non esclude alcunché o chicchessia. La produttività, che definirei "sociale", dell'Internet può nascere solo dalla partecipazione diffusa; penso che questo sia uno dei nodi per lo sviluppo futuro...nell'eventualità in cui questo "stile" riesca ad uscire dall'ambito delle tecnologie che ne incentivano la pratica (tutte tecnologie "nate online") andando a contaminare, come è capitato al sottoscritto, i comportamenti sociali ed i processi cognitivi e decisionali. A questo proposito mi sembra che l'antitesi della partecipazione, ovvero il modello vertical/verticistico non è il più efficiente, soprattutto laddove è la creatività ad essere l'oggetto della produzione (mi riferisco in particolare all'organizzazione lavorativa negli ambiti creativi - pubblicità, design, moda). Il lavoro in Rete oltretutto spinge naturalmente verso forme di decisione cooperativa, dove l'esistenza di manager, quadri, amministratori unici che si autonominano presidenti e altri autocrati di vario genere non solo non hanno motivo di essere ma anzi sono di ostacolo allo sviluppo, alla crescita dei gruppi di lavoro, della qualità espressa e delle competenze dei componenti del gruppo stesso.
Come talvolta ripeto, a me stesso e agli altri, ho avuto la fortuna di incontrare la Rete abbastanza presto nella vita assumendone di conseguenza la logica condivisa - per quanto riguarda la diffusione di conoscenza - e la logica collettiva - per quanto riguarda la produzione di linee di sviluppo - in maniera molto intima, quasi fin dentro il DNA, quasi come automatismo (ma mai automatismo stupido, ovvero di riflesso senza pensiero); per questo vorrei tutto o quasi abbastanza diverso da com'è, mi trovo a criticare abbastanza spesso e soprattutto a voler migliorare - a piccoli passi e con moderazione, ma inarrestabile - tutto quanto mi passa sotto il naso, dal caso di una richiesta insensata da parte di un cliente (secondo alcuni bisogna eseguire, se non altro per quieto vivere, mentre per me è difficile resistere alla tentazione di guidare il cliente su quelle che sono le domande corrette che deve porsi) al caso frequente in cui un "vertice" condivide con la "base" una decisione, non con l'intento di discuterne bensì di vantare una scelta secondo lui - e solo lui - particolarmente illuminata.
Ritornando al tema della partecipazione, e del suo significato nel mondo del lavoro cognitivo e creativo, trovo che la miglior forma di organizzazione - in particolare nell'ambito delle agenzie di comunicazione, centrali media, concessionarie e realtà connesse, sia quella cooperativa, dove le gerarchie non si danno nomi, etichette e gradi, che non servono e anzi ostacolano...territorializzano la capacità di pensare, dove la persona (il "lavoratore") si determina non per la posizione scritta sul cartellino bensì per il suo contributo, la sua capacità di creare partecipazione di qualità (non solo fare il compitino per quieto vivere o per esigenze organizzative imprescindibili e calate dall'alto) e la sua capacità di invenzione...che parte prima di tutto da se stesso e dalla produzione di possibilità.
Secondo alcuni i giornali (in particolare i quotidiani) in futuro risentiranno della “concorrenza” creata dai blog di stampo giornalistico, sia per la tempestività che alcuni blogger dimostrano nella diffusione di notizie dell’ultimo minuto, sia perché i blog offrono punti di vista e opinioni di buon livello sui fatti di cronaca (in particolare credo che si tratta della maggior vicinanza che un blogger ha nei confronti di chi legge...in fondo siamo tutti persone che hanno iniziato navigando). C’è però uno scenario – quello più probabile – nel quale i nuovi media e la carta stampata convivono e si alimentano a vicenda. Già ben noto in Italia è il caso di Nova24, supplemento tecnologico de Il Sole 24 Ore che si fa contaminare spesso dalla Rete, servendosi anche di giornalisti-blogger. L’ultima novità nell’ambito della convivenza/convergenza di stampa e blog, recensita da Techcrunch, è rappresentata da BlogBurst, un servizio di content sindycation che “vende” alle grandi testate giornalistiche contenuti prelevati da blog autorevoli. Se da un lato si ottiene l'effetto benefico di contaminare la carta stampata con fonti di informazione più fresche e meno influenzate da logiche di potere e di redazione, dall'altro è singolare che non ci sia una forma di revenue sharing con gli autori dei blog, i quali aderendo a Blogburst ricevono come beneficio unicamente la visibilità al proprio nome ed al proprio blog.
Non credo che Mediascrape abbia avuto molta pubblicità in Italia, soprattutto se paragonato ai più citati servizi di video online come YouTube o, ultimo arrivato, Brightcove. Se YouTube, una volta decurtato dai video fuffa caricati dagli utenti, è potentissimo per sondare al volo quali video hanno avuto sulla rete il miglior riscontro virale (tutti i video - ben riusciti - con un intento di viral marketing alla base, legati o meno ad un prodotto, finiscono puntualmente su questo sito), e se Brightcove è candidato a diventare un interessante punto di riferimento per l'incontro tra chi vuole creare una Internet TV con risorse limitate e autori di contenuti video che invece desiderano vendere i propri prodotti, Mediascrape è invece più interessante come indicizzatore di news accompagnate dai rispettivi video lanciati dalle grandi agenzie stampa...ma non solo. Ogni utente può infatti caricare i propri video, dando così spazio al grassroot journalism.
Update: sempre in tema, scopro tramite Pandemia scopro che anche Libero ha lanciato un motore di ricerca per video a cui si aggiunge la possibilità di caricare/segnalare i propri video preferiti. Vedi qui.
Avviso: ciò che state per leggere è frutto di una percezione, non di una ricerca con pretese di rappresentatività.
Le donne online sembra che soffrano - quantomeno in Italia - di un atteggiamento più passivo e meno coinvolto rispetto all'Internet. Lo noto anche nel mio lavoro: le campagne online rivolte al target maschile, soprattutto quelle che prevedono un concorso, la registrazione, la partecipazione ad un gioco o la fornitura di un contributo, vanno sempre molto bene, mentre la stessa tipologia di campagna destinata al mondo femminile va sistematicamente a rilento, fa fatica ad ottenere click e registrazioni/partecipazione a community.
A questo punto le ipotesi sono due:
Le donne italiane, anche online, sono meno emancipate rispetto alla media ad esempio dei paesi nord europei...anche quando si tratta di Internet (ma pure la Spagna, paese mediterraneo, mi sembra stia progredendo in quanto ad emancipazione culturale. a differenza nostra...aggiungo); questa non è una colpa ma un triste retaggio culturale, che vede la donna mediamente posizionata ai margini (più o meno contenta di questo "status");
Le donne italiane online sono invece culturalmente evolute rispetto a quelle che non navigano ma gli inserzionisti e le aziende non se ne sono accorti, per cui essi continuano a proporre le solite stronzate a base di oroscopi, giochi stupidi e "test della personalità insignificante" che hanno fatto storia sulla carta stampata; a causa di questo differenziale tra domanda latente e offerta presente, la partecipazione alle iniziative (leggi campagne) delle donne online è inferiore alle aspettative.
Qual'è la visione corretta? Una via di mezzo...sicuramente ;-), nel senso che c'è del vero in entrambi i punti. Se di mancanza di emancipazione si tratta, ciò è sicuramente dovuto anche ai media e alla posizione che l'editoria, i media, la pubblicità, assegnano al genere femminile. La mia teoria è che se l'inserzionista pubblicitario, online ma anche offline, produce continuamente una realtà dove la donna è sostanzialmente una deficiente e una superficiale, questa finirà anzitutto per crederci un pò, e qualcuna magari anche a crogiolarsi in questo vuoto pneumatico, ma poi la maggior parte procederà anche con l'alienazione nei confronti della comunicazione e con una scarsa reattività nei confronti del messaggio, evidentemente giudicato poco stimolante...a ragion veduta.
In sintesi, diamo alle "nostre" donne qualche spazio online realmente partecipativo, comunicativo, dove possano pensare e rispondere a stimoli culturali (per quanto possa essere culturale una comunicazione di prodotto, ma è comunque uno spazio dove si può "giocare") e scopriremo secondo me tassi di risposta inaspettatamente alti. Mi stupisce che ciò non accada già, considerando l'alta percentuale femminile nelle professionalità del marketing e della comunicazione.
Questo post c'entrerà davvero poco con il titolo del blog, ma tant'è...vivo in un sistema, vedo delle cose, molte cose, e talvolta ne voglio anche parlare.
Ad ogni modo, il tema non è del tutto nuovo; qua e là mi è già capitato di accennare ad una certa visione dell'impresa e soprattutto del fare buona impresa: una visione che, secondo me, dovrebbe essere improntata oltre che al fondamentale rispetto delle leggi, anche sulla missione di creazione di valore/ricchezza per il sistema sociale (non solo in termini economici ma anche in termini di migliori prodotti, migliori servizi e quindi di "tempo liberato" per le persone...tempo di vita). Mi sembra che in Italia (e probabilmente non solo) funzioni all'esatto contrario: una fetta significativa della classe imprenditoriale sottrae valore e ricchezza dalla società per trasferirlo a sé: interesse particolare che danneggia l'interesse generale e impoverisce tutti.
Mi sembra oltretutto che, non appena qualcuno ha l'occasione di indagare su un impresa o un settore economico particolare, questa visione corrotta del fare impresa emerge puntualmente: nel momento in cui si è indagato sulle fusioni bancarie l'estate scorsa (la storia degli immobiliaristi, i cosiddetti furbetti del quartierino) è emerso uno scenario distorto. Oggi che si indaga sul mondo del calcio la storia è ancora così. L'altro ieri si è indagato su Parmalat ed era sempre così. C'è probabilmente da supporre che si tratti di un metodo di agire ben radicato.
Vorrei quindi sottolineare quello che secondo me è l'unico approccio possibile per risolvere la questione una volta per tutte. Concettualmente è molto semplice: basta partire dal fatto che per chi dirige questi settori economici e queste imprese si può parlare di responsabilità oggettiva derivante da "omissione di controllo"; un dirigente di un'impresa o un'azionista di riferimento non possono non sapere che un collaboratore sta corrompendo un giudice per far ottenere all'azienda una sentenza favorevole (non faccio nomi ne metto link, dovrebbe essere chiaro a chi mi riferisco...e non è a Moggi). I casi sono due: lo sanno benissimo e sono quindi complici, oppure non lo sanno e sono quindi colpevoli di non aver vigilato a dovere. Responsabilità diverse, ma comunque pesanti, perché non è accettabile ne l'essere complici di illeciti (ovviamente), ne guardare solo ai risultati senza indagare i metodi con i quali questi vengono ottenuti dai propri collaboratori. Questo è secondo me l'unico sistema che può portare a fare pulizia, cioè alla neutralizzazione nel mondo economico e nella società civile di tutte le forze che utilizzano sistematicamente la corruzione come metodo di governo (dell'impresa).
Volevo segnalare, per chi ancora non lo conoscesse, il progetto Include, iniziativa del gruppo creatore di Antidigitaldivide.org che si propone di informare le amministrazioni dei piccoli comuni non coperti da adsl/banda larga sulle possibilità di utilizzare la tecnologia wi-fi per sopperire a questa mancanza; il progetto, che da breve tempo si è organizzato in forma di cooperativa, ha anche l'obiettivo di far incontrare domanda (i comuni/i sindaci) e offerta (gli installatori di reti wi-fi pubbliche), supportando le amministrazioni anche nelle fase di gestione e implementazione del progetto.
Se è vero che in Italia gli utenti broadband sono appena 7 milioni, che 10 milioni di italiani non possono - neanche volendo - utilizzare l'adsl in quanto sprovvisti di copertura, e che il passaggio alla banda larga rappresenta un vero e proprio salto di qualità nella user experience (le ricerche sottolineano che l'utente broadband fa un utilizzo molto più completo e permanente della Rete, ampliando le sue possibilità e amplificando la sua cultura ed il profilo psico-sociale), allora si capisce quando il semplice ampliamento della banda disponibile in navigazione su Internet sia un fatto importante per lo sviluppo del paese.
Anche Libero ha, da pochi giorni, il suo motore di ricerca per blog(powered by Arianna); partito senza grossa pubblicità, l'ho scoperto per puro caso navigando il portale (salvo poi scoprire che vi aveva fatto cenno dotcoma).
Il prodotto si presenta interessante, con una sua impostazione che lo mette a metà strada tra un motore di ricerca puro e un aggregatore di blog (un metablog) come lo è (in parte) Technorati. La prima pagina del motore presenta infatti in evidenza i tag più popolari - forse fin troppo invadenti nel layout complessivo (stile tagcloud, quindi con la dimensione dei font scalata in funzione della popolarità dei tag) e a seguire l'elenco degli ultimi post sui blog più popolari (presumo in base al numero di click che ricevono) ed i post dei blog più frequentemente aggiornati; la colonna a sinistra presenta invece cinque macrocategorie (oltre a "Prima pagina") che permettono di visualizzare blog appartenenti solo ad un determinato argomento. Sempre nella colonna a sinistra è presente un bottone per segnalare il proprio blog e il link a Blog Alert, sistema che permette di ricevere in un feed RSS (inseribile quindi nel proprio news reader) i risultati di ricerche personalizzate. Naturalmente non manca la maschera di ricerca per parole chiave, tipica dei motori di ricerca.
L'aspetto più interessante, a mio parere, è la presentazione dei risultati delle query: il crawler di Arianna è infatti in grado di catturare (e presentare quindi nei risultati) non solo il titolo e le prime righe dei post ma anche eventuali immagini inserite nei post stessi, che vengono presentate in miniatura; ciò sembra banale, ma migliora di molto la presentazione, dal punto di vista estetico, dei risultati. Forse questo motore di ricerca non introduce innovazioni stravolgenti, ma mi sembra decisamente utile/usabile e meglio anche di alcuni concorrenti che hanno preso un bel pò di soldini di "capitale di ventura".
Nel futuro dei dispositivi digitali vedo ancora la dimensione degli schermi come un problema, ma non nel senso che sono troppo piccoli quelli attualmente disponibili...al contrario, penso che non ci sia molto spazio per strumenti (come i lettori di e-book realizzati con tecnologia e-ink) non esattamente "tascabili".
Questi device sicuramente si presterebbero a diverse applicazioni nonché a modelli di business interessanti per la vendita di "quotidiani" tramite hotspot wi-fi o bluetooth (connessioni delle quali i lettori saranno dotati), ma rimane il problema della portabilità. Schermi sufficientemente grandi da rendere piacevole la lettura rendono il dispositivo di sicuro "non tascabile" e decisamente più delicato di un giornale o un libro (che si può infilare in borsa anche senza cura).
Per questo motivo credo che la vera evoluzione dei dispositivi mobili la vedremo nel campo delivideo, delle immagini, e della "musica + immagini"; in questo caso il video non è un problema (ci sono schermi già sufficienti oggi, e la cosa può solo migliorare con il tempo) e anche in questo caso esisteranno interessanti modelli di business (esistono già, vedi Itunes) per la vendita di contenuti video e audio per il mobile. Detto questo, non mi sento in grado di prevedere boom o successi particolari, mi limito ad affermare quello che credo di intravedere nei segnali di mercato già oggi presenti; tuttavia un dubbio mi rimane e riguarda la tecnologia trasmissiva. Il DVB-H (standard analogo al digitale terrestre "casalingo" nella sua declinazione per terminali mobili), ovvero lo standard apparentemente scelto oggi per la diffusione mobile di video, è secondo me "vecchio" in partenza (come lo è la tv digitale terrestre d'altronde) perché non contempla la possibilità di fruire di servizi on-demand. Insomma, il DVB-H è broadcast puro su terminale mobile, per cui l'utente non puoi scegliere cosa vedere nel momento che gli è più comodo ma deve adeguarsi ai palinsesti creati dall'editore. Il modello che io ho in mente, e che spero di vedere affermato, è più vicino a quello dei podcast (e vidcast), ovvero servizi di abbonamento via feed rss che permettono all'utente di avere sempre aggiornati sul proprio device mobile (telefonino o altro) i contenuti video che gli interessano.